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“Mi fai commuovere”: quando l’insegnante reinventa il libro di testo con gli alunni

Editoriale per Bricks, Rivista online per promuovere l’innovazione nella scuola.

Nella scuola del XXI secolo il libro può essere pensato come un’ossatura attorno alla quale ruota l’impostazione di un comune sapere. È tramite i materiali integrativi che docenti e studenti possono costruire percorsi personalizzati, multi prospettici, dinamici.”

Jacopo Varchetta

Riporto anche qui il mio editoriale per il quinto numero 2020 della rivista Bricks in uscita a dicembre. In qualche modo trovo che si sposti bene con il mio post precedente, l’intervista a due ragazze a proposito della DaD, le quali reclamano a gran voce un po’ di interazione in più nell’offerta didattica. Ecco, negli articoli del numero di Bricks di cui parliamo qui ce n’è decisamente tanta!

Tema del numero: eBook, libri di testo e materiali didattici: dall’open content per l’inclusione agli aggregatori di risorse.

Collaboro stabilmente con la rivista Bricks da più di due anni ormai, e nell’accingermi a scrivere questo mio terzo editoriale mi è balenato un aggettivo nella mente: “dibattuto”. Si direbbe un termine quasi giornalistico, ed accanto ad esso bisbiglia nelle mie orecchie perfino il sostantivo “contenzioso”, da ambito legale. Perché? Perché gli ultimi quattro numeri della rivista non hanno potuto tenersi lontani da argomenti molto dibattuti dentro e fuori dalla scuola: uso di smartphone in aula in primis, uscito a fine febbraio 2020 diciamo “a cavallo di lockdown”, e poi i tre dedicati alla così (male)detta DaD “forzata” da DPCM e pandemia, declinati in maniere diverse: didattica aperta, gioco/creatività, ripartenza. Questo, ultimo del 2020, torna su temi non così fortemente connessi alla chiusura delle scuole. I contributi tuttavia raccontano quasi tutti di esperienze recenti, ma iniziano a trattare la Didattica a Distanza come un dato di fatto e non un’occorrenza emergenziale e angosciosa. Tuttavia, il tema che affronta questo numero, i libri di testo, è dibattuto da molto più tempo della DaD e suoi derivati ‘blended’, DiD o altro, tutti termini che non amo particolarmente: preferisco parlare di innovazione didattica o e-Learning, ma su questo torneremo.

Il libro di testo è un oggetto delicato da trattare, pesante, in tutti i sensi, fondamentale, sì, ma è da tempo arrivato il momento di ridiscuterlo completamente, non solo perché il digitale offre alternative, compendi, altre strade, ma anche perché è simbolo e perno di una modalità di acquisizione della conoscenza che va messa in discussione, così come il ruolo del docente, sempre meno “trasmettitore di nozioni” e sempre più guida, facilitatore dell’apprendimento, mentore. Ecco perché il tema è dibattuto. Ecco perché vanno rilevati i contenziosi aperti sul libro di testo, non ultimo quello delle lobby dell’editoria e del loro peso sul mondo della scuola e dell’università. Sono in ballo fattori economici, sociali, didattici ovviamente ma anche fisici. Mi colpisce molto a questo proposito il contributo di Giuseppe Rago, che nel suo articolo – tratta filosofia, educazione civica e team building (!) – si chiede se dobbiamo proprio scegliere la rachialgia da zaino pesante o la cifosi da smartphone. Insomma, portare chili di carta sulle spalle o stare chini su un tablet o uno smartphone bene al corpo non fa. Aveva certo ragione Aristotele con la sua scuola peripatetica in cui lui era solito insegnare mentre camminava assieme ai discepoli, credo senza uno zaino sulle spalle. [Questa riflessione nasce però da un blog post di Jacopo Perfetti, “Una scuola peripatetica”, 25 novembre 2020].

L’attività cerebrale, rilevata in un progetto di ricerca dell’università dell’Illinois, in un soggetto che se ne sta seduto tranquillo (come un bimbo al banco) ed uno che ha camminato per 20 minuti – dal blog di Jacopo Perfetti citato


Ma questo, se vogliamo, è un argomento quasi banale, che c’era ai tempi in cui andavo a scuola io e forse anche a quelli di mio padre, se non magari proprio all’epoca di Aristotele. Non si è mai davvero risolto, però oggi con la tecnologia abbiamo nuove carte (digitali?) da giocare, i cui apporti all’apprendimento, dei quali il fattore fisico è solo uno dei tanti, sono potenzialmente esplosivi, radicali. E per questo dibattuti. Vediamoli per punti, per poi sbirciare in alcuni degli articoli che potrete leggere nel numero.

Ecco elencati quindi i temi sui quali il digitale può contribuire ad un salto in avanti nel mondo del libro a scuola:

  • inclusione: gli open books, ma più in generale l’open education, possono consentire l’accesso alla conoscenza a quante più persone possibili, da chi non si può permettere di acquistare i testi a chi non se li può procurare;
  • accessibilità: oppure si possono modificare i testi per renderli accessibili a chiunque abbia dei limiti fisici o cognitivi;
  • collaborazione: si può scrivere assieme, con gli studenti, renderli autori di testi non necessariamente di studio, ma narrativi, poetici, sinestetici, il che porta al prossimo punto;
  • creatività: viviamo l’opportunità di far inventare i contenuti agli alunni, renderli maker dell’oggetto didattico, fargli ‘aumentare’ i libri costruendo corredi di giochi, quiz, approfondimenti, o tradurli in altri media come video, fumetti…
  • salute: alleggerire letteralmente gli zaini di bambini e ragazzi.

È quasi impossibile trattarli uno ad uno, perché si intrecciano più o meno in ogni articolo, ma ci proviamo.

Inclusione ed accessibilità

Partiamo dal primo punto, l’inclusione: le pubblicazioni Unesco e Pressbook che Paola Corti presenta nel proprio contributo ci parlano di open textbook ma ci ricordano il nostro posto nel mondo, le nostre prospettive parziali, viziate dell’eurocentrismo. Le sue considerazione si aprono perfino al gender balance nella progettazione curriculare, al ruolo degli indigeni come autori di risorse open rappresentative delle proprie culture, all’apertura dei confini nazionali e al valore delle open educational resources nell’accoglienza dei rifugiati”, ricordandoci infine che “i contenuti prodotti nel nord del mondo, infatti, non sempre si prestano in modo pieno ad un riuso nel sud del mondo”. Quindi ecco che i contenuti, ed i loro supporti, ciò che li aggrega, li tiene assieme, vanno manipolati, cambiati, riduscussi.

Una prospettiva dirompente, confermata dagli esempi pragmatici nell’articolo di Mariapaola Cirelli, che con i propri alunni è è riuscita a realizzare risorse in un’ottica inclusiva, tenendo in considerazione tutte le esigenze degli alunni di una classe diciamo “multietnica” ricordandoci che questo ”richiede innanzitutto che vi sia il desiderio di mettersi in gioco e di pensare oltre i confini della propria percezione del compito/argomento che si vuole proporre.” Quindi ecco il docente che si fa facilitatore di conoscenza, maker tra i maker, o perfino webdesigner. La Cirelli mette da parte prima Moodle (un po’ spiace…) poi Google Classroom (finalmente iniziamo ad accorgerci che non è la soluzione ideale!) per farsi il sito come vuole lei, con Wix, per i propri alunni, in particolare per quelli con bisogni speciali o di origine straniera. “Realizzare un sito didattico significa creare qualcosa che va oltre il mero raccoglitore di risorse: significa costruire un vero e proprio ambiente virtuale interattivo, personalizzato, razionalmente organizzato e infinitamente espandibile, sfruttando al meglio due elementi fondamentali: l’ipertestualità e la possibilità di incorporare (embedding) risorse esterne di diverso tipo.” Evidentemente le competenze della Cirelli vanno oltre quelle dell’utente medio della rete, infatti torna un refrain sull’importanza del coltivare questi aspetti anche nelle sue stesse parole: “Il presupposto fondamentale è che l’insegnante padroneggi il concetto di ipertestualità.” E ci dice anche come farlo, iniziando con un pezzo di carta e facendo delle mappe, oppure (se si è già un po’ “avanti”) con un software tipo Smart Notebook. 

I commenti per la teacher web designer sono entusiastici, e lei si schernisce di fronte al commento entusiastico di un alunno sul proprio sito. Gli replica: “Mi fai commuovere”. Molto diverso dalle infinite polemiche che creano l’assordante rumore attorno al mondo della Scuola che da marzo ci fanno da scomoda compagnia, vero? Ma è la visione strategica della Cirelli che è il punto fondamentale di tutto il discorso: “La prospettiva che bisogna considerare non è quella dell’hic et nunc e della risorsa da consumare al momento, bensì quella della costruzione progressiva e graduale di uno strumento che, se ben progettato, nel medio e lungo termine porterà al contrario l’alleggerimento del lavoro dell’insegnante, il quale potrà contare su una base solida sulla quale intervenire con opere di adattamento e miglioramento, ma senza dover più ripartire da zero”.

Quindi, per tutti gli insegnanti lecitamente stanchi, stremati da questo anno complesso, una lezione: investire nelle competenze digitali, anche in autonomia (meglio se aiutati, ok), vale la pena. Se ben fatto, è strategico, a tendere alleggerirà il lavoro.

Collaborazione

Quindi “l’insegnante proattivo cercherà di pianificare degli interventi che siano significativi e stimolanti per gli studenti, per trasformare la classe in una comunità di scrittori.” Sono parole dal brillante articolo di Silvia Furlanetto, che tra le altre cose ha proposto ai suoi alunni (una classe seconda della scuola secondaria di I grado!) la lettura del romanzo L’amico nascosto scritto da Katherine Marsh, corredata però di relative attività di comprensione ed analisi dei diversi capitoli. Con quelle ha fornito “lo spunto per la creazione di un e-Book durante il periodo della didattica a distanza. Gli esercizi svolti in precedenza dagli allievi sono stati rielaborati in vista della creazione collaborativa di un prodotto digitale”.

Nel leggere l’articolo in questione mi è successa una cosa molto strana, sorprendente. Mi immaginavo i suoi alunni attorno ai banchi, disposti magari ad isole, o inginocchiati a terra, con fogli, pennarelli, matite. Solo verso la fine, quando è spuntato un paragrafo che diceva che “la scrittura a più mani ha permesso quindi di accorciare i tempi e le distanze, dando agli allievi la possibilità di reagire alla situazione di isolamento e di impotenza determinata dall’emergenza sanitaria, consentendo a molti di mettersi in gioco, di mobilitare la capacità di immaginazione e la fantasia,” mi sono ricordato che tutto quanto descritto nelle pagine precedenti era stato portato avanti in pieno lockdown! Quasi un miracolo, una di quelle sempre meno rare “magie del digitale” che continuano a spingermi a credere che quello che stiamo facendo in questi mesi difficili deve essere ricordato, diffuso, condiviso e – in alcuni casi – proposto per essere messo a sistema.

Prima di copertina di un ulteriore racconto collettivo scritto da studenti, dall’articolo di Furlanetto.

Il suo articolo tratta anche il tema valutazione, che sarà quello – dibattutissimo! – di un prossimo numero di Bricks: “prima ancora che dai feedback forniti dall’insegnante, [la valutazione arriva] dai compagni stessi, i quali, in una sorta di conversazione metacognitiva favorita dalla chat, sono chiamati ad esprimere commenti e suggerimenti su sezioni di testo scritte da altri compagni”.

Creatività

Iniziative isolate, frutto di insegnanti geniali, motivati da chissà quale ingenua missione? No. Non sono cani sciolti, non stiamo parlando delle solite ‘iniziative dal basso’. Jacopo Varchetta ricorda in incipit del proprio articolo le Avanguardie Educative, ossia il progetto di ricerca-azione nato dall’iniziativa autonoma di Indire con l’obiettivo di investigare le possibili strategie di propagazione e messa a sistema dell’innovazione nella scuola italiana, che ha dato vita al Manifesto programmatico per l’Innovazione. Ci dice anche che numerose sono in Italia le istituzioni scolastiche che stanno operando seguendo gli orizzonti e le idee innovative di Avanguardie Educative, tanto da aver sviluppato tre linee di intervento:

1.   Autoproduzione di contenuti digitali integrativi;

2.   Adozione di risorse didattiche digitali prodotte sia dai docenti sia dagli studenti;

3.   Adozione di libri di testo autoprodotti dai docenti.

Nel suo e in altri articoli troviamo descritti non solo esperienze da cui imparare, da replicare, copiare, adattare, ma anche una serie di prodotti digitali che oggi ci aiutano, con o senza lockdown, a mettere in campo queste forme di creatività a cavallo tra insegnanti e alunni. 

Scopriamo prodotti, come  LearningApps (https://learningapps.org/) e Genial.ly (https://www.genial.ly/), suggeritoci da Varchetta, che in una piena ottica di gamification (vedi il numero sulla gamification del 2018), ha guidato gli studenti per creare moduli interattivi, da utilizzare entro scenari educativi a supporto dell’apprendimento. Si tratta di giochi/esercizi di ogni genere: cruciverba, attribuzione di elementi, ordinamenti di coppie o di fatti in ordine cronologico, inserimenti di testo, quiz a scelta multipla, puzzle da riordinare, griglie di parole… E poi l’impiccato, corsa di cavalli, il milionario, matrici, ordinamento con carta geografica, audio/video con inserimento di oggetti e contenuti, memory… Ok, mi direte: nulla di nuovo. Ma forse di nuovo c’è che sono i ragazzi a farli, non Giunti, Mondadori o Raffaello Editore, e nemmeno i docenti. Cosa porteranno nel loro futuro di lavoratori questi ragazzi in grado di creare i proprio “libri aumentati”?

 Il lessico della città generato tramite Learning Apps: alunni di una classe prima hanno creato un esercizio di abbinamento in cui è richiesto di associare all’immagine il corrispettivo termine in spagnolo (dall’articolo di Varchetta).

Varchetta chiude l’articolo con una preziosissima tabella in cui snocciola una miniera di tool che sono risorse grandiose per chiunque si occupi di didattica: Quizlet, Easelly, Calameo, Blabberize, Amara, Voki, WriteComics, Biteable, Padlet, Coggle, Edpuzzle, Prezi, Thinglink, Blendspace.

Ecco, non sentitevi spaventati: io stesso conosco e ho usato solo gli ultimi 5, ma mi incuriosiscono da morire tutti gli altri che forse avrebbero lecitamente trovato posto nel libro stesso che ho scritto quest’estate, anch’esso parte di questo numero, poiché Pierfranco Ravotto lo recensisce – in amicizia, perché nasconderlo? – nella sezione “Nella Rete”. Non lo cito per mera autopromozione o narcisismo, ma per rassicurare coloro che potrebbero sentirsi smarriti di fronte all’offerta della rete in questo contesto, e di nuovo sentire un senso di inadeguatezza farsi largo nel proprio animo. “Uggeri”, mi diranno, “quest’anno ho già dato col digitale, con le ore su Zoom, con i compiti scansionati, con la Suite di Google. Lasciami in pace, non ne voglio sapere di altri tool.” 

l’immagine Interattiva “Guernica” creata dagli studenti con Genially

Invece la mia spinta a scrivere “Il manuale dell’e-Learning” è nata proprio da questo. Mi sono intorcinato in questa bizzarra avventura di scrittura perché mi piaceva l’idea di tessere una guida utile a insegnanti e formatori che in questo bizzarro anno bisesto ricevevano stimoli da ogni parte, per aiutarli a prendere delle direzioni utili per loro e strategiche per il mondo dell’apprendimento. Ho usato anche il “vecchio” termine e-Learning perché, nella sua accezione più neutra, diciamo di apprendimento supportato dal digitale, meglio si adattava di qualsiasi altro a impostare un discorso sulle derive, mi auguro positive, che prenderà l’innovazione didattica dopo questo scossone.

Buffo che il mio stesso libello finisca nel numero dedicato ai libri di testo: è un “normale” manuale, si può studiare, consultare, anche leggere dall’inizio alla fine. Ma è un punto di partenza, come lo sono i libri di testo scolastici, al punto che non ho potuto fare a meno di crearvi un sito a corredo, per integrare quanto non ci stava. Dice ancora una volta molto bene Varchetta: “Nella scuola del XXI secolo il libro può essere pensato come un’ossatura attorno alla quale ruota l’impostazione di un comune sapere. È tramite i materiali integrativi che docenti e studenti possono costruire percorsi personalizzati, multi prospettici, dinamici.”

Una foto del “Manuale” con annessi e connessi, non proprio ‘aumentato’…

Salute

Ahimé, il mio libro è pesante, sono più di 300 pagine, non è aperto (anche se ho tentato una mossa con l’editore in quest’ottica, che porterà i suoi frutti), suona molto vecchio stampo in questo articolo. E il suo peso ci porta al contributo di Maria Luisa Bennani, che ci parla della Scuola Senza Zaino, e nel farlo parte con lo spazio, trattando di disposizione di banchi, di lavori di gruppo in psicomotricità… fa quasi impressione, in tempi di distanziamento sociale e classi o scuole chiuse. Ma è dirompente, ricordiamocelo quando avremo occasione di rivedere gli spazi, di riprogettare le aule. 

Tuttavia l’articolo della Bennani è esemplare anche in ottica di DaD: ciò che tantissimo nell’e-Learning e che possiamo prendere da questo modello eccellente, quasi ideale di scuola, è per esempio il timetable di disciplina. “La destrutturazione dell’ambiente di apprendimento tradizionale permette di ridurre i momenti di lezione frontale a vantaggio del lavoro autonomo, magari in coppia o in gruppo, ma richiede una strutturazione delle attività didattiche curata nei minimi particolari.” Se questa frase la applichiamo all’e-Learning non è altrettanto valida e dirompente? E che dire della “predisposizione in aula di uno spazio Agorà per permettere un momento di scambio e di saluto reciproco tra alunni e docenti tutte le mattine?” Perché non ipotizzarlo in Zoom o Big Blue Button, Jitzi (per favore non in Meet!) se la classe è chiusa?

In una piena e saggia ottica di integrazione del digitale nella pratica scolastica, Bennani afferma che nel modello della Scuola Senza Zaino “il web, oggi come oggi, dà spunti che nessun libro di testo per ora offre. In realtà i libri di testo non sono banditi, anzi.” Ma il punto è anche per esempio che “le attività che ogni docente crea e sviluppa sono a disposizione di tutti i colleghi; questa visibilità genera indirettamente uniformità di modelli di insegnamento ma soprattutto un aiuto reciproco”.

L’ottica di fare rete, dell’aiuto reciproco tra docenti di diverse discipline, classi, scuole, regioni, nazioni è peraltro quanto la presente rivista si propone in buona parte di fare, per disseminare buone pratiche come quelle qui raccontate.

L’Agorà del mattino, per una “destrutturazione dell’ambiente di apprendimento”, dall’articolo della Bennani.

Concludendo: tutto connesso, verso un’idea di meta-libro aperto

Mettere in discussione il libro, come capirete meglio leggendo gli articoli di questo numero, molti dei quali – me ne scuso – non trovano spazio in questo lungo editoriale, è quindi un’azione necessaria e in corso da tempo. Tornando al tema dell’inclusione e dell’accessibilità, vediamo come si connette con quelli di creatività e collaborazione, verso quella che sempre Bennani chiama differenziazione didattica (differenziazione intesa come “insegnamento variato”), alla cui base c’è una forte attività di ascolto ed  osservazione degli alunni.

Ma si parla pure di sacrificare qualcosa, tema che in tempi di lockdown genera in tutti un brivido lungo la schiena (storta, appunto, sia che si stia chini sul PC o con lo zaino in spalla!): “la costruzione dell’e-book non è cosa scontata. Converrà “sacrificare” una lezione per presentare le caratteristiche dei libri digitali, i formati più comuni (indagando sulle qualità dell’e-pub) e le comodità di fruizione prodotte dalla tecnologia e-ink”, ricorda ancora Rago. Da qui passiamo a un discorso che affonda di nuovo sugli strumenti, in questo caso Sigil, per me una scoperta, prodotto open e leggero che consente la creazione di e-pub. Ma ci sono anche Book Creator e Calibre, e ancor meglio sarà usare Social Book Creator (https://cooperative-press.eu/), esperimento di cui sentiremo parlare. 

Pubblicare questi nuovi tipi di libri, e-book o altro, sarà sempre più facile, e circoleranno (si spera liberi) in maniere che ancora non possiamo prevedere. Li potremo forse leggere su qualsiasi dispositivo in un’ottica di condivisione totale: difatti ragazzi apprendono anche il tema dell’Open Education stessa pubblicando usando licenze Creative Commons! 

Riassume ancora Rago egregiamente: alla fine i suoi ragazzi, guidati dall’indispensabile docente, producono niente meno che “un progetto editoriale su processi di social justice [che], senza far mancare interessanti riflessioni, accompagna il lettore in un viaggio filosofico, dalla Genesi alla nascita dei movimenti delle e per le donne, tra studi di genere e differenze sessuali.”

Cosa dire di più? è ora che io vi lasci alla lettura degli articoli, confidando ancora una volta nel fatto che possiate trovare grandi fonti di ispirazione per attività che rivoluzioneranno, in meglio, il mondo della Scuola.

www.rivistabricks.it/2020/12/14/n5-2020-book-libri-di-testo-e-materiali-didattici-dallopen-content-per-linclusione-agli-aggregatori-di-risorse/

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